Chiudevo
l’editoriale di ottobre scorso chiedendo ironicamente
scusa ai lettori nel caso avessi dimenticato qualcosa nella
lunga lista di compiti assegnati all’industria fotografica
perché meritasse davvero un dieci e lode. Non che credessi
di aver realmente individuato tutti gli aspetti migliorabili
della reflex e del sistema che le gira intorno, ma il nostro
lettore e fotografo Francesco S., con una lettera lunga tre
volte questo editoriale, piena di lucida e garbata critica
alla fotografia moderna, mi ha fatto notare, tra spunti esilaranti,
perle di nostalgia e qualche tirata d’orecchie, una
dimenticanza grave. Per chi avesse perso quel numero, suggerivo
ai progettisti d’oriente di illuminare gli angoli bui
della “camera” - standard di sensore e scheda
di memoria, rumore e moiré, autonomia e polvere…
- allo scopo di perfezionare quanto esiste oggi. E con ciò
commettendo un errore, arrecando offesa alla mia stessa memoria.
Francesco, il nostro lettore, cui mi azzardo ad attribuire
40 anni di età, parla dei suoi primi passi da fotografo,
compiuti grazie a un docente di scuola media che, anziché
seguire il programma, svelava ai ragazzi la magia del processo
fotografico, dalla ripresa alla stampa in camera oscura; e
ricorda il suo primo e unico vero amore, la Pentax K1000 chiesta
e ottenuta dal padre: “relativamente economica, robustissima,
pronta allo scatto istantaneamente; infatti - sostiene Francesco
- era sufficiente togliere il tappo e l’esposimetro
si attivava appena raggiunto dalla luce; solo le ghiere dei
tempi e della sensibilità della pellicola, e sull’obiettivo
le ghiere dei diaframmi e della messa a fuoco”. Eppure
un’esperienza simile era capitata anche a me, con la
paterna Fujica ST801, una reflex meccanica degli anni ’70
con innesto a vite. Trovata in un armadio con un rullino da
finire, si era lasciata scoprire con una semplicità
disarmante. Non dimenticherò mai il rumore del ritardatore
ad orologeria per i tempi lunghi, né quello strano
effetto nel mirino se premevo un pulsante vicino al bocchettone:
tutto si faceva buio, ma dopo qualche secondo di adattamento
della pupilla mi accorgevo che l’immagine era stranamente
nitida. Avevo scoperto empiricamente la profondità
di campo. E altrettanto velocemente mi ero impadronito dell’esposimetro
e dello stretto rapporto tra tempi e diaframmi. Non ci voleva
un genio. Ci voleva un oggetto semplice e perfetto nel suo
stadio evolutivo, una macchina che non respingesse le velleità
di un giovane curioso e autodidatta. Prosegue Francesco: “Conobbi
l’essenziale nelle forme della K1000. Perché
l’essenziale? Perché per fare fotografia in realtà
non c’è bisogno d’altro. Ogni altra cosa
che c’è su una macchina fotografica è
utile ma non indispensabile”. Ecco cosa avevo dimenticato:
l’essenzialità. Se oggi, miracolosamente di nuovo
ventenne, dentro l’armadio trovassi una reflex digitale
forse non l’accenderei neanche perché scarica.
E pur sapendo che un giovane di oggi ha un diverso approccio
con l’elettronica e l’informatica, non credo che
l’attuale grado di umanità delle macchine sia
tale da generare quell’epidemia di entusiasmo e creatività
che gli apparecchi di ieri hanno favorito. Non siamo certo
per un’involuzione tecnologica. Il futuro, che poi è
presente, è digitale. E lo sa anche Francesco, che
“implora” una K1000 con i pixel. Non è
semplice provocazione, pensateci. Anche chi come noi, per
lavoro, saprebbe far funzionare una reflex a occhi bendati,
sa che oggi fotografare è troppo difficile. Lasciando
al loro posto le ammiraglie e le reflex per amatori “evoluti”,
crediamo manchi una vera reflex di base. Anche se le fotocamere
per principianti hanno il famoso tasto verde e i programmi
tematici, che a mio avviso una facilitazione davvero non sono,
offrono alla pressione casuale almeno una decina di altri
pulsanti che a loro volta consentono troppe altre cose. Ho
visto persone dalla provata intelligenza bloccarsi per paura
di fare danni. E per fotografare bene, divertendosi, la paura
non serve proprio. Immaginate una reflex digitale ad esposizione
manuale e automatica a priorità dei diaframmi, da 12
megapixel, ISO 50-6400, con l’autoscatto che solleva
anche lo specchio, il tasto per la profondità di campo,
a fuoco manuale con telemetro elettronico; concediamoci un
selettore supplementare con chiari simboli per il bilanciamento
del bianco, la registrazione in RAW, per chi vuole giocare
con la camera oscura digitale, e in JPG per chi va direttamente
al laboratorio; sul supporto di memoria stiamo ancora ragionando,
ma l’idea di renderla indelebile non dispiace perché
indurrebbe a foto più meditate; il monitor per rivedere
le foto c’è, ma si accende solo se il cardiofrequenzimetro
incorporato nell’impugnatura rileva un battito da riposo,
segno che nulla di emozionante e degno di essere ripreso si
offre alla vista del fotografo.
Speriamo che tra battute evidentemente provocatorie e altre
che lo sono meno, sia giunto il messaggio. La vera maturazione
di una tecnologia sta nella sua effettiva popolarità.
È un traguardo che non si raggiunge solo con l’abbattimento
dei prezzi, ma soprattutto con la ricerca dell’essenzialità. |