I
duecentoquaranta grammi di carta patinata lucida che avete
appena iniziato a sfogliare hanno un tocco di leggerezza che
crediamo si addica al periodo estivo. Apriamo con una copertina
eterea, in cui generatori eolici alla camomilla sembrano voler
sopire la cieca avidità dei petrolieri; chiudiamo con
un’articolata guida all’acquisto della compatta,
un tipo di apparecchio di cui conosciamo bene i limiti, ma
che in tante occasioni, soprattutto d’estate, si dimostra
un’alternativa preferibile alla reflex. Leggerezza non
vuol dire superficialità ed è quindi con il
nostro solito spirito che abbiamo affrontato ogni argomento
di questo numero. Uno spazio particolare l’abbiamo voluto
dedicare al paesaggio, suddividendolo come sempre tra tecnica
e immagine, e ritagliando una succosa appendice d’autore
di cui dirò in seguito. Il paesaggio è un genere
di fotografia molto praticato tutto l’anno, ma in special
modo d’estate per le maggiori possibilità di
viaggiare che il periodo offre.
Banale, ma vero. Com’è vero che la fotografia
di paesaggio è nata insieme alla camera, visto che
con le emulsioni di quasi due secoli fa non si poteva certo
fare reportage dinamico o fotografia sportiva, e anche il
ritratto poneva le sue belle difficoltà. Il fascino
che questo genere esercita è però giunto fino
ai giorni nostri, nel pieno dell’era della velocità.
Segno che qualcosa di speciale la fotografia di paesaggio
possiede e trasmette. Per molti paesaggisti lo scatto è
solo l’atto conclusivo di una lunga serie di passi,
di un’avventura fatta di levatacce, di lunghi trasferimenti
a piedi in condizioni ambientali e climatiche particolari,
insomma ha il valore di una bandiera piantata su una vetta
inviolata. Per altri, soprattutto se principianti, l’emozione
viene dal semplice risultato tecnico, dall’aver saputo
realizzare un’immagine corretta e sostanzialmente simile
a uno dei tanti modelli stratificati nella memoria: una cartolina,
per essere brutali. La fase edonistico-emulativa, sebbene
fondamentale nel periodo di innamoramento della fotografia,
dovrebbe però lasciar presto il posto a un atteggiamento
più personale e politico, inteso non certo in senso
ideologico, ma in quello più largo che implica una
profonda coscienza di appartenenza alla società e al
territorio. La ricerca della qualità - chi ci segue
da tempo sa che questa è la nostra “dolce ossessione”
- nella fotografia di paesaggio passa sì attraverso
una buona rappresentazione naturale, ma non può prescindere
dall’integrazione del dato personale. Due anni fa, sempre
da questo spazio, invitavo a non fermarsi di fronte a cassonetti,
fili della luce, manifesti pubblicitari e tappeti di automobili
in sosta perché la fuga più o meno consapevole
dalla realtà e la ricerca eremitica ed esclusiva di
paesaggi “incontaminati” avrebbe creato un vuoto
culturale a tutto danno delle generazioni future. Oggi integro
quella riflessione con un invito forse fondamentale già
allora. La conoscenza dei luoghi e della loro storia, sia
che provenga dall’aver vissuto il territorio sia che
derivi da uno studio specifico, è fondamentale per
passare dalla cartolina alla fotografia d’autore, dalla
documentazione topografica all’interpretazione del paesaggio.
L’interpretazione fotografica del paesaggio deve essere
frutto di un’intensa partecipazione emotiva e culturale.
La funzione di una fotografia in tal modo elevata è
tanto più importante in un periodo come questo, in
cui la semplice comunicazione documentale non giunge più
a un pubblico anestetizzato nei sensi e nella coscienza. C’è
bisogno dell’occhio attento e della sensibilità
di un fotografo consapevole per trasmettere in modo brillante
valori e aspetti del nostro territorio altrimenti destinati
all’indifferenza.
Ed eccoci all’appendice d’autore cui accennavo
qualche riga più su. Il destino vuole che da questo
numero Augusto Pieroni, docente universitario di Storia della
Fotografia alla “Sapienza” di Roma, dedichi una
parte del suo tempo alla comunicazione con i lettori di FOTO
Cult. Sempre il caso ha voluto che decidesse di commentare,
in questo primo contatto, proprio una fotografia di paesaggio
urbano, a dir poco attuale. Riporto alcune delle righe con
cui Pieroni presenta il proprio lavoro, poche parole che spero
possano servire da incoraggiamento a chiunque stia per dar
corso a un progetto serio: “…un corsivo nato quasi
per gioco, ma non per scherzo. Uno spazio col quale vorrei
cercare di sorprendermi da solo. Una composizione di Luigi
Nono si intitolava No hay caminos, hay que caminar; un po’
così noi qui: non vogliamo dimostrare nulla di preciso,
ma nel procedere sono sicuro che qualcosa prenderà
corpo…”. |