L’epoca
della fotografia analogica è stata caratterizzata da
un altissimo tasso di artigianalità. L’insieme
obiettivo-fotocamera-pellicola costituiva un sistema aperto
sul quale si poteva intervenire con l’unico limite dettato
dall’inventiva e dalla creatività. E non ci riferiamo
alla ripresa fotografica, ma proprio all’ideazione di
componenti, aggiuntivi e accessori che potessero rendere più
facile e divertente la fotografia stessa o addirittura fattibile
un’immagine altrimenti destinata a restare nella fantasia.
Molte delle idee più brillanti sono poi passate alla
produzione industriale, andando ad ampliare l’offerta
in tutti i settori, dai supporti per la ripresa alla camera
oscura, dall’illuminazione agli accessori per generi
specialistici. Per tutto il ventesimo secolo il fai da te
è stato un connotato essenziale della fotografia, ma
l’avvento dell’elettronica prima e del digitale
poi ha sbarrato quasi del tutto le porte alla fantasia, trasformando
la strumentazione di ripresa in un sistema chiuso. Con ciò
non voglio affatto dire che il progresso si sia fermato, anzi,
in pochi anni la fotografia digitale, seppur perfettibile,
ha raggiunto e superato quella analogica sotto molti aspetti
inerenti la qualità d’immagine. Sostengo, però,
che la sorgente dell’innovazione che prima era diffusa
ora è concentrata in pochi grandi laboratori. Se prima
la natura prevalentemente meccanica di una fotocamera lasciava
spiragli all’inventiva da garage o sottoscala per intenderci,
ora solo una élite di ingegneri specializzati, rigorosamente
sotto contratto, sa mettere le mani su una reflex digitale
senza fare danni. E non è un caso che molti fotoriparatori
e tornitori abbiano cessato l’attività.
I più critici fecero notare sin dall’avvento
del digitale che questa chiusura del sistema si sarebbe ritorta
contro il fotografo, costretto ad approvvigionarsi presso
pochi punti vendita specializzati in regime di oligopolio
e quindi a prezzi artificiosamente alti. Non solo, gli stessi
osservatori sostennero che la reflex digitale stessa, proprio
per il vertiginoso susseguirsi di modelli con risoluzione
crescente, avrebbe dovuto essere l’ultimo baluardo di
un sistema aperto: perché sostituire l’intera
fotocamera quando è solo la parte elettronica a subire
continui aggiornamenti? A questa critica l’industria
fotografica replicò dichiarandosi costretta a progettare
sin dalle radici apparecchi perfettamente integrati nelle
loro componenti meccaniche ed elettroniche, pena squilibri
di vario genere. A ben vedere, oggi i dorsi digitali per fotocamere
medioformato anche puramente meccaniche dimostrano il contrario
e anche nel formato 35mm, con il dorso digitale Leica per
le reflex R8 e R9, abbiamo avuto una soddisfacente prova che
il digitale può essere modulare e, di conseguenza,
aperto.
Una spallata all’attuale sistema chiuso potrebbe provenire
dalla Stanford University in California, dove il professor
Marc Levoy ha dato vita a una fotocamera "mostro".
Innestando su un corpo costruito artigianalmente all’università
una scheda madre Texas Instruments su cui gira un sistema
operativo Linux, un sensore prelevato da un cellulare Nokia
N95 e un comune obiettivo Canon, Levoy ha creato non certo
un apparecchio che può competere qualitativamente con
quelli che troviamo in negozio, ma a tutti gli effetti "open
source". Non si tratta della semplice possibilità
di aggiornare il firmware per correggere errori di programmazione
o per incrementare le prestazioni della fotocamera, ma della
vera e propria chiave di accesso al cervello della fotocamera
o, meglio, al suo carattere. Certo, non sarà alla portata
di tutti intervenire sul programma della fotocamera, come
del resto non lo era tornire un anello adattatore tra diversi
sistemi reflex... Ora servono competenze diverse, orientate
alla programmazione del software più che alla manualità
pura, ma quel che appare rivoluzionario è l’apertura
alla comunità della stanza dei bottoni. Tutto quanto
riguarda il funzionamento della fotocamera diviene personalizzabile,
dall’otturatore alla messa a fuoco, dalla gamma dinamica
alla ripresa video, dalla connettività wireless verso
i social network a particolari effetti in ripresa e postproduzione.
L’unico limite, di nuovo, sarebbe la fantasia. Che l’idea
non sia del tutto folle è dimostrato dal supporto che
Nokia, Adobe, Kodak e HP hanno accordato al progetto. Lo scopo
dichiarato del dottor Frankenstein in chiave fotografica è
proprio quello di far rinascere tra gli appassionati di fotografia
l’entusiasmo per la tecnologia e questa nuova primavera
farebbe comodo a tutti. |