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Memoranda
FOTO Cult - Marzo 2018 #149

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Emanuele CostanzoSembrerà strano, ma alle pareti della nostra redazione non è appesa neanche una foto. Più volte ne abbiamo parlato in riunione e anche in altri contesti, è un argomento costantemente all'ordine del giorno, ma non ne veniamo fuori. Il fatto è che sono talmente tante le immagini che meriterebbero un posto che non riusciamo a decidere, e non incorniciamo nemmeno quel che abbiamo già a disposizione. Ma soprattutto non stampiamo.
Quasi vergognoso per chi vive di fotografia, non trovate? Ci vorrebbe l'evoluzione in chiave espositiva di un monitor, uno spazio in cui visualizzare l'immagine che vogliamo. Qualcosa di simile a una cornice digitale ma più grande, e non retroilluminata come una tv, che farebbe tanto stazione della metro e, per giunta, peserebbe non poco sulla bolletta. Quindi una sorta di "Kindle" gigante a colori, dotato di inchiostro elettronico che non consuma quasi nulla: se non c'è luce non vedi l'immagine riprodotta. Qualcosa, insomma, che simuli alla perfezione una stampa fine art, con tutto quel che ne consegue in termini di profondità di colore, contrasto e sfumature di grigi; però mutevole, in grado di adattarsi agli umori, al meteo, alla musica che viene diffusa, al momento della giornata. Un dispositivo connesso ai nostri archivi così come a quelli remoti dai quali, ovviamente nel rispetto dei diritti d'autore, la nostra stampa fine art mutante potrebbe approvvigionarsi. Questo oggetto ancora non esiste così come l'abbiamo immaginato, anche se qualcosa di simile inizia a essere proposto dai soliti, intraprendenti coreani di Samsung (The Frame). Di certo, qualora dovesse andare in produzione e il prezzo di mercato fosse abbordabile, sarebbe ammantato di una duplice veste, positiva e negativa.
Gli aspetti più entusiasmanti li ho appena elencati e di certo me ne sfugge qualcuno. Quelli negativi sarebbero riconducibili a uno: costituirebbe l'ennesimo prodotto digitale a fornire un pretesto per non stampare. E non ce n'è certo bisogno...
Da quasi vent'anni, tutti noi, con l'eccezione di pochi illuminati, stiamo creando inconsapevolmente – ma colpevolmente – una voragine nella memoria. Scattiamo foto di continuo, un fiume di immagini che però non traccia la storia nostra e delle persone che fanno parte della nostra vita. La razionalità degli archivi digitali, come quelli offerti dagli smartphone o dai vari software per computer, ci tranquillizza liberandoci da un obbligo morale, da una responsabilità che, come detto in altre occasioni, abbiamo noi dell'era digitale. Se i nostri padri non potevano non stampare per vedere cosa avevano fotografato, per noi il passaggio dal file alla carta appare come un optional. Le nostre fotocamere sono quasi infallibili, controlliamo subito lo scatto, non è necessario stampare per osservare e condividere.
Però abbiamo la consapevolezza che i file sono qualcosa di immateriale e al tempo stesso dannatamente fragile. E ci preoccupiamo di fare back up, in casa e sulla "nuvola". Spazi enormi, economici o addirittura gratuiti, dove riversiamo milioni di fotografie ogni giorno. Un flusso che molto spesso è addirittura automatico, e soprattutto privo di ogni selezione preventiva. È esperienza comune, degli archivi ci preoccupiamo solo quando hanno occupato tutto lo spazio disponibile, e a quel punto il lavoro di selezione diviene improbo, inducendo all'acquisto di un ulteriore hard disk o di una nuvoletta un po' più capace.
Un'espansione che non risolve il problema, lo sposta più in là, ingigantendolo. Non voglio dubitare per una volta della sicurezza e della riservatezza dei nostri dati, ma credo che gli archivi che stiamo creando siano più inutili e insondabili ogni giorno che passa.
Da dove nasce tutto ciò? Dalla nostra crescente incapacità di prendere decisioni autonome e definitive. Come quelle di scartare, selezionare e, perché no, premiare. Ossia la lucidità che ci è mancata, in redazione, portandoci a desiderare un oggetto che ci liberasse dall'onere, in fondo sano e gratificante, di scegliere.
Più genericamente parlando, la stampa delle nostre migliori immagini può essere al tempo stesso un mezzo per mettere un freno a questa tendenza, e un fine dall'enorme valore sociale.
Decidere quale immagine stampare è un esercizio imprescindibile per un fotografo, perché ne stimola l'autocritica e in definitiva l'evoluzione. Inoltre, se alla selezione di carattere estetico/artistico se ne affianca anche una storica, che disegna una linea temporale attraverso tanti piccoli ma significativi avvenimenti, torneremmo finalmente a riempiere, un po' alla volta, occasione dopo occasione, i custodi più affidabili e romantici dei nostri ricordi, gli intramontabili album fotografici. Con buona pace degli inchiostri elettronici.
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