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Etica naturale
FOTO Cult - Agosto-Settembre 2017 #144

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Emanuele Costanzo La fotografia naturalistica trova da sempre molto spazio dentro FOTO Cult perché evoca scenari grandiosi, momenti epici, scoperte sensazionali, esperienze irripetibili, avventure pionieristiche, sacrifici enormi e soddisfazioni indescrivibili, tutto condito da una cosmica compenetrazione tra uomo e natura. E chi la pratica sul serio può confermare come tutto ciò sia vero. Eppure anche questa "oasi" tra i generi è attraversata da correnti, turbata da questioni etiche che solo a uno sguardo approssimativo possono sembrare confinate ad altri generi fotografici, come il reportage.
Per la maggior parte dei fotografi naturalisti immortalare la natura è un pretesto per perdersi e poi ritrovarsi in una dimensione più "comoda". Per questi l'approvazione degli altri e tantomeno il ritorno economico non sono priorità. C'è però una minoranza che vede nell'ambiente soprattutto un soggetto-oggetto da sfruttare al meglio: di costoro si dice che sono riconoscibili anche dal linguaggio, molto più simile a quello dei bracconieri che a quello dei fotografi. Che per i loro trofei di caccia non guardano sul muso a nessuno, che non rispettano le regole basilari per la salvaguardia delle specie. L'esempio più tristemente noto è quello delle riprese ai nidiacei effettuate con espedienti invasivi: per questi fotonaturalisti senza etica uno scatto sensazionale val bene una mamma che abbandona la covata! Altre "tecniche", anche se meno devastanti, sono comunque un chiaro sintomo della mancanza di sintonia con l'ambiente: uccelli notturni accecati da trappole flash, esche per attrarre animali e altri stratagemmi che alterano in modo netto e più o meno dannoso il naturale svolgersi degli eventi.
Com'è stato saggiamente fatto notare, il fotografo naturalista è una figura complessa che racchiude le competenze del fotografo e quelle dello zoologo. Le mele marce, paradossalmente, spesso non sono affatto ignoranti. Anzi, i bracconieri dello scatto sono profondi conoscitori sia della tecnica fotografica sia dell'etologia e della biologia. Semplicemente piegano a loro esclusivo vantaggio queste conoscenze. I risultati, duole dirlo, sono spesso delle immagini sensazionali. La spettacolarizzazione, chiariamolo, non è lo scopo principale solo dei "fuorilegge" della fotografia naturalistica, ma in genere di tutti coloro che, in buona fede, non si limitano a essere spettatori e conoscitori attenti della natura e a condividere, magari anche a scopo scientifico, la registrazione fotografica di tale attività. La fotografia si avvale di una forte componente estetica che anima il fotografo e appaga l'osservatore. Con questo si spiega la preferenza verso uno scatto tecnicamente ineccepibile, nitido, ben composto di un lupo in cattività rispetto all'immagine imperfetta di uno in libertà. La querelle sulle riprese agli animali in "condizioni controllate", ossia in parchi o aree recintate anche di enormi dimensioni, anima da sempre i salotti della fotografia naturalistica. Ma appare evidente che, se il luogo della ripresa è dichiarato, non c'è inganno. La trasparenza, sia sulle condizioni di ripresa sia su eventuali interventi in postproduzione, come nel reportage classico consentirebbe di osservare uno scatto con la giusta predisposizione, senza aspettative infondate. Ed è altrettanto chiaro che, in ultima analisi, se di spettacolo si tratta, il nocciolo della questione va cercato nella gestione del palcoscenico. L'editoria tradizionale ha la sua quota di responsabilità, perché salvo eccezioni per vendere più copie si preferisce una copertina spettacolare ma "artificiale" a una di alto valore scientifico ma scialba. E anche le giurie dei concorsi per troppo tempo sono state indulgenti verso immagini sensazionali ma non genuine, innaturali. Tutti riconoscimenti che, ovviamente, generano spirito di emulazione.
Editori e organizzatori di concorsi prima di tutti dovrebbero sbarrare la strada a chi non rispetta le regole (e la natura), selezionando su base etica i modelli da proporre al pubblico. In tal modo contribuirebbero anche a formare (o restaurare) quella cultura naturalistica che consentirebbe di selezionare e boicottare quei palcoscenici personali e giustamente non controllati, ossia i siti web, dove tutti, anche i bracconieri fotografici, sono attualmente liberi di pubblicare ciò che vogliono.

Per la prima volta nella sua storia ultradecennale, FOTO Cult aumenta il prezzo di copertina. Non ritengo etico, per restare in tema, far passare la cosa sotto silenzio. E siccome l'aumento ha l'unico scopo di rendere meno "difficile" il momento, non commetterò l'ipocrisia di mettere qualcosa sull'altro piatto della bilancia: la nostra rivista conserva le sue 100 pagine e non includerà gadget per addolcire la medicina, che è e resta amara. Il prezzo dell'abbonamento, invece, non cambia: per i lettori fedeli sarà ancora più conveniente ricevere FOTO Cult a casa.
Su una cosa, però, posso giurare: se il prezzo della rivista è aumentato una volta in 14 anni, continuerÀ ad aumentare il nostro impegno, cosa che in fondo ci viene facile perché parliamo di fotografia non solo per professione ma anche per passione. Spero ciò basti a rimanere tutti amici.
E, come sempre, buona lettura.
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